Ciao Pino, ci lascia l'ultimo leone di El Alamein. Nella notte si è spenta la straordinaria vita di Degrada
Circondato dall’affetto delle nipoti e dei nipoti e del figlio Claudio, Degrada - che aveva perso lo scorso anno la moglie Olga - era uno degli ultimi reduci di El Alamein: tra ottobre e novembre 1942, a soli 21 anni, Giuseppe venne catapultato sul suolo egiziano come parà della Folgore.
CANEVINO (PAVIA) – Si è spento alla soglia dei 99 anni, a Canevino, a pochi chilometri dalla sua Spessa Po, dove era nato il 15 aprile 1921. Giuseppe “Pino” Degrada non c’è più: la morte che era riuscito sempre ad evitare, con coraggio e la fortuna che spesso va in soccorso agli audaci, nella tremenda battaglia di El Alamein, lo ha colto nella notte tra sabato e domenica. Il funerale sarà celebrato martedì con una doppia funzione: prima a Canevino alle ore 10, poi a Spessa Po alle ore 11. Il corpo sarà successivamente cremato, seguendo le volontà dello stesso Degrada. E’ nato e morto nell’Oltrepò pavese, “Pino”, dopo avere vissuto anche a Casalmaggiore per 30 anni, ed è giunto al termine di un’esistenza che ne vale almeno dieci di quelle normali.
Circondato dall’affetto delle nipoti e dei nipoti e del figlio Claudio, Degrada – che aveva perso lo scorso anno la moglie Olga – era uno degli ultimi reduci di El Alamein: tra ottobre e novembre 1942, a soli 21 anni, Giuseppe venne catapultato sul suolo egiziano come parà della Folgore, dopo una menzogna da parte dei generali, che promettevano semplici lanci su Malta. Lì Degrada conobbe l’orrore della guerra e crebbe all’improvviso. Divenne uomo in pochi istanti.
Dopo quella battaglia Giuseppe visse anche l’esperienza della prigionia a Ismaila e poi in Palestina: la sua grande intraprendenza gli consentì di sopravvivere e assieme di migliorare la propria condizione nel campo di prigionia. In quegli anni, fino al rientro in Italia quando già la Guerra era finita da un pezzo (era il 1946), Degrada maturò il senso pratico che lo accompagnò per tutta la sua esistenza. Lavorò a Milano in una tipografia, ma fu anche giardiniere nel pavese, dopo essere stato precedentemente pure “famèi”, una sorta di allevatore, prima di partire per fare il militare e arruolarsi appunto nella Folgore.
A Casalmaggiore arrivò nel 1983, già in pensione, ma non stette mai con le mani in mano: costruì la propria casa in zona Fiammetta e si diede da fare, trovando nel volontariato uno scopo di vita. Come Volontario Ospedaliero e anche alla Cooperativa Santa Federici, dove il figlio Claudio – nato dopo un parto difficile – trovò la sua dimensione. Premiato nel 2011 in comune a Casalmaggiore per i suoi 90 anni dall’allora sindaco Claudio Silla su iniziativa della Folgore con l’associazione di Cremona e con Roberto Magarini e Fabio Cristofolini in prima linea, un paio di anni dopo Giuseppe tornò a Pavia, nelle sue campagne dell’Oltrepò dove – durante e dopo la guerra – conobbe pure Gianni Brera, una delle massime espressioni di tutti i tempi del giornalismo italiano.
Ma oltre a mantenere legami con il Casalasco, nel nostro territorio, e a Cremona al Migliaro, tornò in due occasioni, lanciandosi col paracadute a 96 anni (era il 25 aprile 2017) e poi a 98 anni (era il 29 giugno 2019): di lui parlarono anche i media nazionali. Non mancò nemmeno quando venne intitolata a Rossano Visioli, parà della Folgore come lui, morto nel 1993 in Somalia durante una missione, una via di Casalmaggiore. Era il 15 settembre 2018, venticinquesimo anniversario della morte del giovane parà casalese. La profonda umanità di Giuseppe Degrada, forgiata da una vita difficile ma sempre interpretata con grande spirito altruistico, resta la lezione più grande. L’ultimo leone di El Alamein ci lascia, i suoi insegnamenti per fortuna rimangono.
Giovanni Gardani